Iconografia Terzo Millennio

PERCORSO TURISTICO IDEATO DAGLI ALUNNI DELLA TERZA A E TERZA B DELLA SCUOLA SECONDARIA DI CASTEL FRENTANO.

 

 

MADONNA DELLA SELVA

Nell'area circostante della chiesa c'era una fitta selva. La leggenda vuole che un contadino andato a far legna in questa selva vide tra i rami di un albero l'immagine della Madonna col bambino in braccio. Si diede nome quindi alla chiesa e alla statua venerata di "Santa Maria della Selva" proprio per la presenza della Selva li presente. A causa dell'incremento della popolazione di Castel Nuovo nel XVIII secolo fu deciso di disboscare l'area per permettere il pascolo e l'agricoltura. Dell'antica selva rimane una piccola parte nella località Cesa chiamata appunto "la Selvetta". La statua della Madonna della Selva è un tipico esempio di Statue lignee abruzzesi del XIV. La Madonna è seduta su di un trono e ha il bambino in braccio benedicente. Secondo lo stile Barocco fu rivestita di un broccato tutto tempestato di ori votivi. Nel gennaio 1970 il broccato con gli ori e tutti gli ex voto furono rubati. La chiesa e l'antica statua son dedicate alla "Madonna della Selva", il culto Mariano è più improntato sulla Beata Vergine Assunta. Tanto è vero che la festa si celebra il giorno dell'Assunzione (15 agosto) e si porta in processione la statua dell'Assunta, una conocchia del XIX secolo con un ricco abito e mantello ricamato, e non l'antica statua del XIV secolo.

 

 

CHIESA DELL’ASSUNTA

La chiesa di Santa Maria della Selva chiamata anche Madonna dell’ Assunta, è situata a Castel Frentano(CH).

La chiesa risale al XIV secolo e fu costruita da Gianbattista Gianni. Prende il nome dalle caratteristiche del luogo in cui si trova.

La leggenda vuole che un contadino andato a far legna in questa selva vide tra i rami di un albero l'immagine della Madonna col Bambino in braccio. Quando cercò di rimuovere la statua essa non volle spostarsi dall'albero, segno divino che la Madonna voleva rimanere in quel luogo.

Per questo la popolazione provvide ben presto alla costruzione di una primitiva cappella e  si attribuì il nome di "Santa Maria della Selva" sia alla chiesa sia alla statua in essa contenuta proprio per la presenza della selva lì presente. Oggigiorno dell'antica selva rimane una piccola parte nella località Cesa chiamata appunto "la Selvetta". La statua della Madonna della Selva è un tipico esempio di Statua lignea policroma abruzzese del XIV secolo. La Madonna è seduta su un trono e ha in braccio il Bambino benedicente. Successivamente, secondo lo stile barocco, fu rivestita di broccato tempestato di ori votivi. Ne gennaio del 1970 il broccato con gli ori e tutti gli ex voto furono rubati.

La “Madonna della Selva”viene festaggiata il 14 ed il 15  agosto di ogni anno.Nell’interno della Chiesa sono conservate anche altre opere d’arte di gran come “La  cacciata degli angeli ribelli”, opera di Francesco Solimena, certificata presso il fondo Zarri di Bologna e il grande affresco della controfacciata "Cacciata dei mercanti dal Tempio". Nella parte inferiore del santuario vi è la cripta dedicata a S. Teresa, dove vi sono sepolti i membri delle famiglie nobili Crognale e Cavacini.

 

 

CAPPELLA GENTILIZIA CAVACINI

L’architetto Piero Portaluppi progettò la Cappella gentilizia Cavacini, costruita da maestranze locali nel 1923. Egli nacque a Milano il 19 marzo 1888 da Oreste, ingegnere, e da Luisa Gadda. Sulle orme del padre, morto nel 1898, si diplomò nel 1905 all’Istituto tecnico Cattaneo e si iscrisse al Politecnico. Si laureò il 17 settembre 1910 e la sua tesi ottenne, nel 1911, la medaglia d’oro del Collegio degli ingegneri e architetti. Assistente al corso progettuale di Gaetano Moretti, di fede storicista boitiana, Portaluppi intraprese la professione con fine acutezza creativa, degna del geniale ibridismo ‘barocco’ che l’exploit letterario del più giovane cugino ingegnere elettrotecnico Carlo Emilio Gadda avrebbe esibito. All’esordio di un’attività per lo più milanese, se l’accademico prospetto per la casa Urbano (1911-12) giocò sulle proprietà combinatorie del geometrizzante Rinascimento lombardo, la facciata di casa Brambilla (1911-13) dichiarò l’ideale adesione alla Wagnerschule. La tomba Golzi (1910) avviò una serie di monumenti in cui spiccano per astrazione, nel cimitero Monumentale di Milano, la tomba di Marco Praga (1929) e la cappella Girola (1940-41), Portaluppi aiutò anche nella ristrutturazione della Pinacoteca di Brera nel 1957. La sua fortuna professionale derivò dalla collaborazione con Ettore Conti, pioniere dell’industria elettrica italiana, di cui sposò nel 1913 la nipote, Lia Baglia; dal matrimonio sarebbero nati nel 1914 Luisa e nel 1917 Oreste. Piero Portaluppi è morto a Milano il 6 luglio 1967.

 

 

CHIESA DI SANTO STEFANO

La chiesa arcipresbiteriale di Santo Stefano Protomartire è la chiesa madre di Castel Frentano, in provincia di Chieti. Venne ricostruita nella seconda metà del Settecento su una chiesa edificata probabilmente tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV secolo, divenuta troppo piccola per contenere il numeroso popolo ed ormai malridotta. Fin dal XVI secolo, la chiesa è arcipretura.

LA STORIA

La prima chiesa madre di Santo Stefano è di incerta origine, presumibilmente edificata tra la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV secolo. Possedeva un quadretto della pace in bassorilievo d'argento, realizzato forse da Nicola da Guardiagrele (1385-1462 circa), oggi scomparso, come si apprende dallo storico Anton Ludovico Antinori. Dopo essere stata govern XIV secolo ata per qualche secolo da un rettore, nel XVI secolo la chiesa fu elevata al rango di arcipretura (probabilmente in concomitanza con l'erezione della diocesi di Lanciano, nel 1515), privilegio concesso ad una parrocchia molto estesa ricca di popolo e di clero, dando così modo all'Università di Castel Nuovo (così infatti si chiamava allora Castel Frentano) di eleggere il suo arciprete.

Il primo arciprete di cui si conosce il nome è don Camillo Savino. Di questo periodo, si conserva un fonte battesimale ligneo del 1500 circa, restaurato negli anni sessanta del XX secolo, l'unica opera della chiesa antica sopravvissuta fino ai giorni nostri. Nel 1616 la chiesa di Santo Stefano e le altre del paese furono luogo di visita da parte di mons. Lorenzo Monzonís Galatina, arcivescovo di Lanciano. Dalla quella visita pastorale si apprende che a quell'epoca la parrocchia era molto più ricca di opere artistiche rispetto all'attuale tempio. L'altare maggiore infatti era arricchito da un tabernacolo ligneo, da statue raffiguranti Santo Stefano e San Giovanni e vi si trovava un quadro dell'Annunciazione. Nella navata c'erano ben 11 altari laterali, mantenuti dalle famiglie benestanti dell'epoca; erano dedicati a San Salvatore, ai Santi Andrea, Elisabetta e Biagio, ai Santi Antonio Abate e Tommaso apostolo, a San Sebastiano, alla Natività di Maria, al Santissimo Rosario (quello dell'omonima Arciconfraternita del loco), ai Santissimi Angeli, a San Francesco, a Santa Caterina, a San Pantaleone e all'Annunciazione. Oggi, gli altari, le loro tele, statue e sacre suppellettili sono scomparsi.

A causa dell'incremento della popolazione, nel 1620, su proposta dell'allora arciprete don Giulio Di Scipio, la chiesa fu oggetto di notevoli lavori di ampliamento. Con il passare del tempo lo splendore della chiesa venne perso, a causa della crescita demografica e all'abbandono del tempio. Castel Nuovo infatti nel corso del Settecento conobbe un notevole benessere economico e demografico, grazie alla signoria dei Caracciolo, mettendo la chiesa di Santo Stefano in condizione di non riuscire più a contenere il numeroso popolo.

Il problema della vecchia chiesa trovò risposta nella risoluzione del Parlamento dell'Università, adottata il 16 novembre 1749: quindi necessaria la costruzione di una nuova chiesa.

 LA DESCRIZIONE

Quando finalmente si trovarono i fondi, iniziarono i lavori per la costruzione della nuova casa di culto. Secondo la tradizione popolare, i cittadini, spinti dalla voglia di vedere realizzato un nuovo tempio, contribuirono formando una catena umana per trasportare mattoni dall'attuale contrada Crocetta (dove probabilmente allora vi era una fornace di mattoni) fino al paese. Al riguardo gli storici sostengono che ci fu un celebre architetto, la tradizione sostiene essere il Vanvitelli. Si suppone invece che si tratti di Mario Gioffredo, allievo del Vanvitelli, in quegli anni stava costruendo la chiesa del Carmine a Vasto. La costruzione si protrasse per molti anni fino alla riconsacrazione da mons. Domenico Gervasoni e all'apertura al culto nel 1780, come confermato dal portale. Tra il 1978 e il 1981 fu oggetto di interventi di restauro su commissione del parroco don Costantino Parente, in cui venne ricostruito il tetto, il pavimento e ritiggiato l'edificio, nelle sembianze di come si presenta oggi.

L’INTERNO      

Dato che l'edificazione della chiesa nuova fu molto dispendiosa, fu abbandonato il progetto di dotarla di pitture, a causa di una spesa di 300 ducati, ritenuta eccessiva. Venne invece decorata agli inizi dell'Ottocento con sobri stucchi, attribuiti al Ciampoli. L'interno, a navata unica, possiede sei altari laterali del periodo della ricostruzione, ornati da pale d'altare attribuite a Giuliano Crognale (1770-1862), pittore castellino. Queste ultime rappresentano rispettivamente la Madonna ImmacolataSan Michele arcangeloSant'Anna che educa Maria, l'incredulità di san Tommaso apostoloMaria Santissima del Rosario e Maria Santissima del Suffragio (Questa tela è stata per anni in stato di degrado ma nell'estate del 2018 è stata ricollocota sul suo corrispettivo altare dopo un restauro fortemente voluto dall'associazione culturale Ripensiamo il centro storico). Le ultime due sono posizionate nelle cappelle delle due confraternite. Nel XIX secolo l'arciprete don Luigi Di Guglielmo della famiglia Silveri, fece aggiungere l'altare maggiore e la sua balaustra (1847), in contrasto però con la chiesa e con lo stupendo organo, opera di Quirico Gennari di Lanciano, tuttora conservato in cantoria anche se non funzionante. Sull'altare maggiore era posta una tela settecentesca raffigurante Santo Stefano, ora conservata solo in parte. Nel 1926 l'arciprete Francesco Gaetani fece restaurare l'altare maggiore. I quattro evangelisti in pietra vennero aggiunti alla cupola negli anni sessanta dall'arciprete don Francesco Memmo, che fece inoltre restaurare la settecentesca statua di san Rocco, l'ottocentesca statua di sant'Antonio, tuttora poste alla venerazione. Altre statue che l'arciprete fece restaurare ma che poi non sono state utilizzate sono le tipiche statue vestite o "conocchie". Tra aprile-maggio 2011 sono iniziati i lavori di adeguamento liturgico dell'area presbiterale. Il progetto ha previsto l'abbattimento delle balaustre col cui marmo poi si è realizzato il fonte battesimale, la realizzazione della sede e del nuovo ambone e il nuovo altare è stato realizzato con i pezzi dell'altare di spalle dell'antico altare maggiore del 1846. Durante la veglia pasquale del 2011 è stato benedetto ed inaugurato il fonte battesimale. Il 31 luglio 2011 è stato consacrato l'altare dall'arcivescovo emerito di Lanciano-Ortona mons. Enzio d'Antonio

 

 

CAPPELLA CAPORALI

-  Gesù orante nell'orto degli ulivi, Castel Frentano, (cappella della scuola materna A. R. Caporali ) di Teofilo Patini

Nella Cappella Caporali è presente il dipinto “Gesù orante nell’ orto degli ulivi” eseguito da Teofilo Patini, pittore e docente italiano.

Fonda a L’Aquila nel 1882 la “Scuola di  Arti e Mestieri”. Dipinge scene contadine abruzzesi e  mette in evidenza la “condizione di povertà della regione”, a Castel di Sangro si trova la pinacoteca Patiniana.

Opere principali:

-Gesù orante nell'orto degli ulivi, Castel Frentano, cappella della scuola materna A. R. Caporali

-La prima lezione di equitazione (2 versioni)

-La catena

-Le tre orfanelle

-L'erede (2 versioni)

-Vanga e latte (2 versioni)

-Bestie da soma

-L'Aquila (affresco)

-Pulsazioni e palpiti

-Pancia e cuore

Nella Cappella Caporali è collocato un pregevole dipinto di scuola napoletana.

Per pittura napoletana si intende quell’ attività creativa pittorica che abbraccia un arco di tempo che va dal XVII alla prima metà del XX secolo che ha interessato la città di Napoli influenzando poi tutto il meridione. Tra le principali città d’ arte europee, Napoli può vantare una lunga tradizione artistica sebbene non si sia potuta riscontrare una vera e propria scuola pittorica continuativa nei secoli e nota sul piano europeo. Tuttavia importanti e numerose correnti artistiche si sono affermate nel corso nei secoli nella città partenopea grazie al suo cosmopolitismo, che l’ha portata a contatto prima con la pittura senese e poi a quella emiliana e grazie anche al passaggio in città di Caravaggio, il cui arrivo, avvenuto nel XVII secolo, fu determinante per la nascita della pittura napoletana strettamente intesa con la conseguente fioritura in città di un cospicuo numero di seguaci che contribuirono considerevolmente alla nascita della corrente del caravaggismo. Nel corso del XIX secolo la pittura napoletana assunse una maggiore consapevolezza individuale grazie all’ Accademia di Belle Arti che formò un importante numero di artisti, dei quali, una parte di questi, contribuì la cosiddetta scuola di Posillipo, all’ avanguardia nella pittura di paesaggio.

 

 

CAPPELLA SS. TRINITA' 

 

La cappella della Santissima Trinità custodisce le spoglie di monsignor Iginio Vergilj nato nel 1674 e morto nel 1739, le cui spoglie furono ritrovate incorrotte nel 1849 dando origine alla leggendaria figura del ‘Beato’ che sarebbe stato preservato dalla corruzione del corpo come segno degli alti meriti spirituali. Più ragionevolmente si può pensare che la conservazione del cadavere sia avvenuta grazie al verificarsi di particolari condizioni fisiche, chimiche e microbiologiche che ne ha arrestato i processi di decomposizione.

L’edificio si trova nella parte terminale di un isolato sito a sua volta tra due piazze: l’omonimo largo Vergilj e Piazza Raffaele Caporali. Costruito verosimilmente nel XVII secolo per il barone sopra una preesistente costruzione venne poi utilizzato come residenza privata. L’annessa cappella di patronato della famiglia Vergilj, baroni di Rizzacorno venne fondata nel XVIII secolo e conserva tutt’ora le spoglie incorrotte di Mons. Iginio Vergilj, un religioso nato a Castel Frentano, all’epoca chiamata Castel Nuovo nel 1674 e morto nel 1739.

La cappella custodisce tra le sue mura numerose opere d’arte, realizzate a cavallo tra il ‘600 ed il ‘700, e preziose suppellettili che potranno tornare ad essere ammirate da un vasto pubblico.

 

L'UOMO VITRUVIANO

 

L'uomo vitruviano come simbolo di squilibrio: Mario Ceroli reinterpreta Leonardo da Vinci

 

A Vinci, una grande scultura in legno, 'L'Uomo di Vinci', uno dei capolavori di Mario Ceroli, reinterpreta l'Uomo Vitruviano di Leonardo come simbolo di squilibrio.

La storia di una delle opere d’arte contemporanea più note e fotografate di tutta la Toscana, ovvero L’Uomo di Vinci di Mario Ceroli (Castel Frentano, 1938), la monumentale scultura in legno che omaggia l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci (Vinci, 1452 - Amboise, 1519), ha inizio lontano dall’Italia. È il 1967 e Mario Ceroli si trova a Graz, in Austria, dove è stato invitato per esporre alla mostra Trigon ’67, in programma dal 5 settembre al 15 ottobre di quell’anno alla Kunstlerhaus: è una sorta di biennale, fondata nel 1963, alla quale partecipano artisti di tre nazioni, ovvero Italia, Austria e Jugoslavia. Il tema di quella terza edizione era l’ambiente: gli artisti erano stati chiamati a proporre opere che potessero interagire con lo spazio in cui erano immerse.

Ceroli, all’epoca ventinovenne, era un artista che s’era già distinto per l’originalità della sua proposta. Proveniente da una famiglia di modeste condizioni economiche, aveva già sperimentato tutti i possibili materiali, dal marmo alla stoffa, dalla carta alla ceramica, ma è con il legno che trova la dimensione che gli è più congeniale: il legno è un materiale povero (e occorre notare come Ceroli sia stato un anticipatore di quella tendenza che, dal 1967 in poi, sarebbe stata definita da Germano Celant “arte povera”, e alla quale fu associato anche Ceroli stesso), ed è un materiale che consente all’artista di lavorare in completa autonomia sull’opera d’arte, senza necessità di un collaboratore che debba dedicarsi a preparativi per permettere allo scultore di dar forma alla propria creazione. Aveva cominciato la propria sperimentazione sul legno già nel 1960, affascinato dalla pop art americana, al cui linguaggio erano legati alcuni modi tipici della scultura di Ceroli, come la serialità degli elementi ripetuti in maniera quasi ossessiva, oppure l’abitudine di creare le composizioni con sagome ritagliate (nel caso di Ceroli, ritagliate nel legno grezzo). Spesso la serialità diventa essa stessa il tema della composizione: “Ceroli”, scriveva Maurizio Calvesi, “si propone temi nei quali la serialità risulta non già come un mezzo illusorio di sollecitazione e moltiplicazione dell’immagine, ma coincide con il tema stesso, con l’idea stessa da rappresentare”. In altri termini: quando Ceroli decide di rappresentare una fila di persone, l’opera “non nasce dall’idea”, bensì “dall’idea di rappresentare l’idea della fila: lo schema visibile dell’uomo in fila”. È una sorta di esplorazione delle possibilità dell’immagine, e delle possibilità che l’immagine ha d’interagire con lo spazio.

Il pubblico e la critica avevano avuto modo d’apprezzare queste idee già nel 1966, in un’importante mostra personale alla Galleria La Tartaruga di Roma, dove Ceroli aveva esposto, tra le varie opere, L’ultima cena realizzata un anno prima, e oggi conservata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, che la acquistò a seguito dell’esposizione. La serialità, in quest’opera, si fa addirittura drammatica, dal momento che la ripetizione delle sagome, tutte identiche, dei dodici apostoli, fa risaltare l’assenza di Cristo al centro: la perfezione della serialità è interrotta, quasi che gli uomini siano stati abbandonati dalla divinità. Altro capolavoro di quegli anni è La Cina, sempre del 1966, una delle prime opere della storia dell’arte che andava a occupare un intero ambiente facendo sì che lo spettatore fosse direttamente coinvolto: tema questo che, del resto, sarebbe stato approfondito proprio durante la mostra austriaca del 1967. In quest’opera, scriveva ancora Calvesi, “si ha invece, in qualche modo, la celebrazione anch’essa larvatamente ideologica di un’umanità corale, positivamente collettiva, né meglio potrebbe essere visualizzato il senso della compattezza”: lo studioso, peraltro, notava come ancora non fossero stati scoperti i celebri guerrieri di terracotta, alla cui immagine sembrano rimandarci le figure dei cinesi dell’artista abruzzese, e il cui rinvenimento avrebbe attestato “la verità quasi miracolosa dell’intuizione di Ceroli”. E se un’opera come La casa di Dante del 1965 testimoniava l’interesse di Ceroli per gli spazi abitabili, con l’esplorazione delle possibilità d’interazione tra l’uomo e gli ambienti di un’abitazione, la propria personale rilettura dell’arte antica (del resto presente anche ne La casa di Dante, dove una delle sagome femminili è un ritratto muliebre del Pollaiolo) si poneva all’attenzione di tutti con La Cassa Sistina, che aveva vinto il premio di scultura della Biennale di Venezia nel 1966. La fantasiosa idea che in futuro interi monumenti come il Colosseo o la Cappella Sistina possano essere smontati e spediti in ogni angolo del mondo (e, dato l’attuale sistema delle mostre, possiamo dire che Ceroli ebbe all’epoca un’altra visionaria intuizione), aveva suggerito all’artista l’esigenza di realizzare una sorta di cassa d’imballaggio della Cappella Sistina: dapprima vuota, fu poi popolata di personaggi che evocavano quelli degli affreschi smontati e sistemati per essere trasportati, e diventò un ambiente percorribile dagli spettatori, sempre in accordo con le ricerche di Ceroli sull’interazione tra spettatore e spazio.

Riferimenti bibliografici:

1. Matteo Del Nobile - Da Guasto Superiore a Castel Frentano - un'esposizione storica - Bibliografica - Castel Frentano 2011

2. Scioli Michele - Castel Frentano (appunti di storia) - Officine Grafiche Anxanum - Lanciano - 1981

3. Wikipedia - L'enciclopedia libera - 

4. Finestre sull'arte - Rivista online

4. Catalogo Portaluppi

Testi realizzati dagli alunni: 

Abbonizio Arianna, Angelucci Jacopo, Angelucci Lorenza, Bucci Mattia, Carulli Sara, Civitella Alisia, Di Camillo Agnese, Di Campli Mattia, Di Fazio Simona, Di Tommaso Manuel, Gelli Matteo, Lopo Simona, Pasquini Gloria, Piras Simone, Rosato Greta, Russo Aurora Stefania, Russo Carola, Travaglini Cecilia, Zulli Emanuele.

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